Dal diario di Giorgia

Dal diario di Giorgia

11 Giu 2019

E' appena arrivata a Kalongo ma si è già inserita appieno nel team di medici volontari che supportano l'ospedale di Kalongo: Giorgia, specializzanda della Scuola di Pediatria di Torino, sta affiancando Martina, per un passaggio di consegne di garantirà continuità in reparto.

La situazione nel Pediatric Ward è davvero "calda": con la stagione delle piogge - che ritardava, ma che infine tanto attesa è arrivata! - si ripresenta anche la "solita" malaria. Ci raccontano le nostre dottoresse di oltre 120 bambini ricoverati (oltre il doppio del normale) e grandi difficoltà per garantire le cure appropriate a tutti. A mancare è soprattutto, come sempre, il sangue - indispensabile per supportare i piccoli cui il parassita causa gravissimi stati di anemia. Una nuova dottoressa locale molto in gamba ha inoltre iniziato il proprio lavoro in reparto, dando davvero nuova forza a tutto il personale.

Per raccontarvi più nel dettaglio la situazione locale - ma soprattutto la grande profondità con cui i nostri medici vivono questa esperienza, professionale e umana, condividiamo il bellissimo racconto di Giorgia, scritto al suo secondo giorno a Kalongo. Ci ha fatto commuovere, sappiamo che toccherà anche voi!

Martedì 4 giugno 2019

79 bambini ricoverati nel Children’s ward, alcuni veramente critici, almeno una 30ina di dimissioni totali, più i ricoveri del pomeriggio aggiunti in coda ai pazienti ancora da vedere del mattino. Numeri impensabili da noi, estremi, mi dicono, anche per questo posto, ma purtroppo abbastanza frequenti, soprattutto ora che è davvero iniziata la stagione delle piogge (il mio arrivo è stata una benedizione, mi dicono, perché ho portato piogge quotidiane) Zero morti in pediatria, cosa che per un giorno così non è scontata, mi dicono. Un caldo che da noi sarebbe insopportabile, ma qui percepisci a mala pena, talmente sei concentrato su ciò che stai facendo e pieno di stimoli intorno a distrarti dalla fatica fisica. Nessuna pausa caffè, un pranzo al volo quando la mente inizia a offuscarsi e la volontà a vacillare, prima di ricominciare.

Nomi e volti che si affollano e si confondono. Odori, suoni, persone in ogni angolo e corridoio, ma sempre seduti ordinati, in silenzio quando arrivano i doctors, in fila ad aspettare il proprio turno. Pochi i bambini che piangono, alcuni perché stanno male, altri perché sono spaventati dal viso bianco che si avvicina per visitarli. Pochi anche i sorrisi delle madri, alcune ti guardano a malapena quando cerchi di comunicare, chissà quanti pensieri hanno per la testa. Alcune, poche, parlano inglese e allora ti prendi il tempo per fare due parole in più, cercando di instaurare quella che da noi insistono a insegnarci, la relazione di fiducia, la comunicazione medico-paziente, ma sai che qui purtroppo non può essere una priorità. Poche parole, tradotte dall’inglese all acholi dall’infermiere che per fortuna hai accanto, dritti al problema e alla diagnosi più plausibile, pochi esami e decidere subito la terapia. Poco tempo per pensare, poco spazio per le fini diagnosi differenziali e le elucubrazioni mentali che a noi medici occidentali con tanto tempo e possibilità a disposizione piacciono tanto.. qui ciò che conta è restituire un bambino un po’ meno malato nel minor tempo possibile a una famiglia che di problemi ne ha già abbastanza. Seguendo protocolli pensati per i Paesi a basse risorse, e il migliore rapporto costi/benefici possibile, perché qui tutto ha un costo a diretto carico del paziente, e davanti raramente hai persone che possono permettersi di stare un giorno in più in ospedale solo per “sicurezza”. Sperando di non sbagliare e non lasciarsi sfuggire niente di grave.

E a fine giornata la soddisfazione di sentirsi rispondere, dall’ultima mamma che ha atteso paziente tutte queste ore per essere dimessa, alla mia frase impacciata di scuse per tutta l’attesa, We know you’re new, you are doing well doctor.

E la corsa sotto la pioggia battente che ti lava completamente, perché hai dimenticato il kway in camera, lava via la fatica, il sudore, la stanchezza mentale, le lacrime che ti escono per le troppe emozioni della giornata. E i bambini che si affacciano dalle loro casette-capanne lungo la via e ridono, ad alta voce, di gusto, dello spettacolo così buffo del doctor bianco che corre sotto la pioggia senza un riparo, e non puoi che ridere anche tu con loro. E rientrare stravolto nella guest house dove ti aspetta una cena calda già pronta e i tuoi compagni di avventura che ancora hanno la forza di ridere e farti ridere delle cose belle e divertenti successe nella giornata, e farti sentire, in qualche modo, a casa.