Il Viaggio di Martina - 1

Il Viaggio di Martina - 1

28 Mar 2018

Kampala, 23 Febbraio 2018
Eccoci, finalmente ci siamo. Finalmente sono qui. Dopo mille paure, mille ansie sono arrivata, in Uganda, a Kampala.

Il viaggio è stato come l’avevo immaginato. Lungo, lunghissimo. Non mi riferisco alla durata temporale, reale, fatta di minuti, ore ma a quella che è stata la mia percezione temporale. E’ stato come muoversi in una dimensione spazio-tempo irreale, a sé stante.
Il tempo scorreva lento, mi è parso di aver viaggiato per giorni. In alcuni istanti mi sono sentita come freezzata, incapace di provare emozioni, in altri quelle stesse emozioni che mi pareva di aver perso per sempre riaffioravano così all’improvviso, inattese.

Casa mia, le mie persone, mancherò a loro quanto loro mancheranno a me?
Sarò mai all’altezza?
Sono “grande” abbastanza? Tanto quanto questo sogno che sto per realizzare?
Non lo so.

Poi finalmente terra. Entebbe, aeroporto di Kampala.
All’improvviso tutto è stato normale. Intendiamoci, non che le mie paure siano scomparse ma è stato come averle improvvisamente accettate. Come fossero parte del pacchetto. Emozioni belle, che ora sentivo esplodermi dentro ed emozioni meno piacevoli. Credo sorridessi mentre ero in coda per il VISA. Ero serena.
Ho ritirato i miei bagagli, comprato una sim card e raggiunto Isaac, un giovane ugandese che mi aspettava in aeroporto per accompagnarmi in guest house. Aveva su un pezzo di cartone con scritto il mio nome, in blu, in stampatello.
Nel tragitto verso l’auto abbiamo parlato del meteo, durante la fase di atterraggio è venuto giù un forte temporale che ci ha fatto ballare non poco. Glielo racconto. Ed eccoci saliamo in auto, direzione Kampala. Inizio già a guardare fuori dal finestrino mentre chiacchieriamo. E’ ancora troppo buio, non riesco a vedere molto. Pian piano inizia a fare giorno, il cielo diventa lentamente rosa per poi lasciare spazio alla luce del sole.

Sono circa le 6.30 e qui a Kampala c’è già un grande traffico. Auto e moto che sbucano da ogni dove, persone che camminano sul ciglio della strada. Credo sia una costante delle terre d’Africa. Ovunque tu vada, in città o nel bush, troverai sempre, in qualsiasi momento, qualcuno che cammina, lento, per strada. Diretto chissà dove.
E’ tutto un susseguirsi di piccoli negozi fatti di lamiera e mattone, edifici più meno fatiscenti affiancati da altri di migliore fattura, grandi cartelli pubblicitari della PEPSI, altra costante dei paesaggi africani.
Finalmente, dopo due ore trascorse imbottigliati nel traffico di Kampala, arriviamo a destinazione. Mbuya, Casa dei Padri Comboniani.

Mbuya, 23-25 febbraio 2018

Finalmente, dopo due ore trascorse imbottigliati nel traffico di Kampala, arriviamo a destinazione. Mbuya, Casa dei Padri Comboniani.

Ad accogliermi c’è Padre Clerici, un ometto canuto sull’ottantina dal temperamento spigliato e vivace. “Tu mi hai fatto proprio spaventare oggi!!” “Come, Padre, cosa…?” “Ti aspettavo più di due ore fa, you’ re too late!”.
Gli spiego che il mio volo era un po’ in ritardo e che abbiamo impiegato in auto più del previsto per via del traffico. Sembra crederci. Intuisco però che dovrò essere sempre puntuale nei prossimi giorni per evitare ramanzine.

Padre Larence Clerici, classe 1932. Mi racconta che è nato in Lombardia, vicino Como ma che oramai da più di 50 anni (53 per l’esattezza) vive in Uganda. Missioni in terra africana, tantissime. Aneddoti che ti lasciano con il cuore in gola dall’inizio alla fine, infiniti.
Mi porta in cucina perché vuole insegnarmi come fare il lievito madre, “che certe cose devi saperle, qualunque sia il tuo lavoro”. Poi foto dei suoi nipoti, disquisizioni su quanto faccia bene alla digestione bere acqua calda, commenti a caldo sui miei capelli appena lavati che a suo dire mi fanno sembrare “una befana” (ha esattamente usato questa parola).

Durante il mio soggiorno dai Padri Comboniani incontro moltissime persone. Quasi tutti sono preti, alcuni medici, altri no. Alcuni bianchi, altri hanno la pelle nera. Tutti con gli occhi intensi, profondi e con tante storie da raccontare. Padre Carlos, di origini messicane che vive e lavora come medico in Congo da ormai 15 anni. Poi c’è Father Jon Bosco che ride sempre, non so perché. Padre Pablo, Adelin, Richard, Paolo.
Quello che si prefigurava come un week end di solitudine a Kampala, si rivela invece un’incantevole e inaspettata sorpresa. Che inizia già a scaldarmi il cuore.

Passo la notte a rigirarmi nel letto. Un canto di cicala strano, dal timbro direi quasi metallico- e che scoprirò poi essere la colonna sonora costante di ogni mia notte qui in Uganda-, attira la mia attenzione e non mi fa dormire. Non so se sia l’antimalarico o sia colpa dell’emozione per il viaggio che mi aspetta, ma stanotte non riesco a prendere sonno.
Domani arriverò a Kalongo.