Il Viaggio di Martina - 2

Il Viaggio di Martina - 2

31 Mar 2018

Kalongo- 26 Febbraio

Isaac viene a prendermi alle 5.50. Puntualissimo. Una rarità per i driver africani. Durante il nostro tragitto verso l’aeroporto inizia a piovere. Lampi, fulmini, saette. Acqua che viene giù a secchiate. Fortunatamente non c’è traffico, arriveremo puntali.
In aeroporto ci sono altre persone in attesa. Chiacchiero con un ragazzo ungherese, mi racconta che si fermerà a Moroto per tre settimane, lavora per un’organizzazione che fa beneficienza. E’ la prima volta in Uganda anche per lui.
Arriva il momento della nostra partenza e fortunatamente non piove più. Saliamo su un piccolo aereo, ci saranno una dozzina di posti a sedere. Il pilota è un uomo bianco, dai lineamenti direi quasi teutonici che, dopo le istruzioni di rito – “ just in case of unfortunate events”- inizia a pregare. La cosa non mi stupisce. Si tratta di una compagnia di piloti protestanti, sono preparata, lo so già.

Io scenderò per prima. “Kalongo’ll be the first stop”. Tutti gli altri passeggeri sono diretti a Moroto.
Sorvoliamo su Kampala prima, su altri villaggi vicini poi. Il panorama diventa meraviglioso quando ci troviamo a volare su di un grosso fiume, non so se sia il Nilo o che.
Iniziano ad intravedersi in lontananza delle montagne. Ci siamo, quella dovrebbe essere Kalongo.
Sento il cuore in gola, sta per esplodere. Mi sento scoppiare di gioia, trattengo a stento le lacrime.
Atterriamo.

La terra rossa, il cielo blu, il monte Otor alle nostre spalle. Bambini che urlano e ridono da dietro le reti che circondano la pista d’atterraggio.
Fa molto caldo ma sono felice.

Sono davvero felice di essere qui.

Kalongo 1 Marzo

E’ strano l’effetto che il colore della mia pelle fa qui.
I bambini mi fissano curiosi.
La loro curiosità in genere esita o in pianto disperato o in analisi minuziosa. Ciò che più li attrae sono le mani: è sbalorditivo vedere con quanto stupore osservino il blu delle vene che si intravede attraverso la pelle. Altra cosa che li affascina? Senza dubbio i capelli. Superata la timidezza iniziale, iniziano a toccarli e a ridere a crepa pelle. Sì, ridono. Con quelle risate fragorose e contagianti.

Mi capita spesso, soprattutto nel breve tragitto che collega l’Ospedale a Kalongo, di incontrare dei bambini. Mi guardano, sorridono. Io li saluto con un timido “Aphoyo” e loro scoppiano a ridere. Ridono di me, sì di gusto. In maniera così bella e coinvolgente da far ridere di cuore anche me con loro.
Con gli adulti invece è stato diverso. Appena arrivata a Kalongo, mi sentivo osservata. Leggevo negli occhi della gente, dei pazienti che incontravo in ospedale, una sola domanda: chi sei tu, muzungu? La risposta ai miei saluti? Solo un timido cenno della testa, non un sorriso né una parola in più.
Non mi sono data per vinta. Ho continuato, insistentemente, a salutare tutti. E che bello è stato vedere i loro sorrisi qualche giorno dopo, sapere di essere riuscita ad avvicinarmi a loro. E’ bastato aspettare. Rispettare i loro tempi, le loro riserve per sentirmi poi accettata e accolta.

Kalongo 4 Marzo

I primi giorni a lavoro sono stati strani.
Da un lato tanto entusiasmo, voglia di essere partecipe. Dall’altra lo scontro con la realtà.
Buona parte di quello che sai, che sei abituato a fare nel tuo lavoro, qui non è spesso realizzabile. Per mancanza di risorse, di mezzi. Per difficoltà intercorrenti. Ti ritrovi a dimettere un paziente prima di quanto vorresti perché sua madre ti dice che non ha più cibo per restare qui. O che deve andare via perché a casa ci sono altri cinque bambini che la aspettano.
Impari allora a trovare un’altra soluzione, un compromesso. A capire che quel compromesso per te magari difficile da accettare, talvolta rappresenta la soluzione migliore, quella più giusta. E scopri di avere tu stessa delle risorse, di averne più di quanto potessi immaginare. L’aver trovato una soluzione, una soluzione realizzabile, condivisa ed accettata da te e dalla persona che hai di fronte ti fa capire che stai lavorando nella giusta direzione. Che non si può arrivare qui, con l’idea di essere detentori di verità assolute e inopinabili. Ma che bisogna essere pronti ad osservare, ascoltare ed accogliere. E a proporre sì, ma in maniera condivisa.

Perché si sa, in Africa we share.